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La rifondazione e il declino di Isernia

Ottaviano Augusto Imperatore volle premiare i suoi soldati assegnando loro appezzamenti di terreno nelle province: lo scopo era di rivitalizzare l'economia dello stato con una politica agraria mirata ad una maggiore produzione di olio, grano e vino e al ripopolamento di ampie zone d'Italia che dopo anni di guerre e di devastazioni si erano dissestate.

Una di queste zone era il Sannio Pentro: Isernia, col suo territorio, fu attribuita ai

senato romano

veterani della V legione. Per la sua posizione, ai margini di uno dei principali tratturi e in facile collegamento con importanti reti viarie, permetteva il controllo delle merci e del flusso di bestiame in transumanza. Lo stato romano era molto interessato all'economia pastorale, sia per gli introiti erariali, sia per i prodotti di mercato (lana, formaggi, carne). Tanto è vero che in questo settore di attività furono investiti anche capitali dello stato. Isernia, dunque, venne «rifondata»: furono ricostruiti tempio e foro, si crearono edifici pubblici per enti amministrativi, fabbricati ad uso singolo e condominiale, lavanderie e abbeveratoi, la caserma militare e quella per i vigili del fuoco, impianti termici, gabinetti pubblici, un pronto soccorso, l'ufficio dell'anagrafe, un banco monetario e qualche scuola privata. Gli edifici pubblici venivano eretti da benestanti locali, come prezzo richiesto dallo stato per l'onore dei loro incarichi, che li distinguevano dal resto della popolazione, addetta ai campi, alla pastorizia, all'artigianato, al terziario. Essi curavano la manutenzione delle strade e degli uffici di culto, controllavano le attività economiche, riscuotevano le tasse, arruolavano soldati, fungevano da giudici nelle cause, presiedevano le cerimonie ufficiali. Quelli che facevano «carriera» o si arricchivano ci tenevano moltissimo a lasciare una traccia della «dignità» raggiunta. L'Antiquarium di Isernia è ricco di queste testimonianze. Tutto sommato la vita in periferia non mancava di svaghi, come spettacoli di Atellane, ludi gladiatorii, scappatine a certi alberghetti a luci rosse, giochi d'azzardo, baccanali e orge notturne. Almeno per tutto il I e il II secolo d.C., Isernia fu centro abbastanza fervido: ben collegata con il Lazio, la Campania, le zone Adriatiche e la Puglia, svolgeva un ruolo nevralgico per il traffico di ogni genere di prodotti e mercanzie.

Complessivamente, proprietari, contadini, pastori, artigiani, liberti, schiavi riuscivano a vivere con una certa decenza, senza troppo lusso i primi, senza troppa micragna gli altri.

Ma le cose erano destinate a cambiare. La colossale impalcatura dell'Impero richiedeva a tutti sacrifici sempre più pesanti, specie ai contadini, che diventarono col tempo servi della gleba, e questo determinò una fuga generale dalle campagne, le quali si spopolarono riducendosi a sterpaglie, boschi e paludi: nel corso del III e IV secolo fiorenti cittadine come Isernia si trasformarono in borghi impoveriti inospitali fatiscenti. I barbari, intanto, scorrazzavano per l'Italia devastandola: i Vandali di Genserico, dopo la presa di Roma nel 456, passarono anche per Isernia riducendola ad un mucchio di rovine. Nello sfacelo l'unico punto fermo era il Cristianesimo, che si era diffuso anche nelle nostre zone, suggellato dal martirio dei SS. Nicandro e Marciano di Venafro. La Chiesa cristiana, nello sfascio generale della società imperiale romana, si assumeva il compito della «ricostruzione», su fondamenti morali completamente diversi, ma senza cancellare il «meglio» che la civiltà romana aveva prodotto

Fonte: Isernia, dalla preistoria alla provincia